Custodire il pensiero e la libertà nell’era della macchina
Nel 1944 lo scrittore Georges Bernanos scriveva, con visione profetica, che il vero pericolo per l'umanità non consiste nel moltiplicarsi delle macchine, ma nel fatto che molte uomini e donne diventeranno incapaci di pensare e, impigrendosi, arriveranno a non desiderare null'altro di quanto la tecnologia, le macchine in altre parole, potranno produrre.
È attualità la profezia di Bernanos!
Si discute molto, forse troppo, sul prevalere della tecnologia sulla mente umana, ma non si percepisce fino in fondo che la questione non può essere demandata alla scienza senza il dialogo con l'etica.
Sia a livello di relazioni educative che di rapporti tra potenze nazionali e culture, l'abuso della tecnologia è realmente un rischio dal momento che la rinuncia al pensare impoverisce, impaurisce e deprime la persona. Su tale argomento, come su molti altri, l'approccio polarizzatore va evitato.
Non è bene demonizzare e neppure sacralizzare la rivoluzione digitale.
Quale strada percorre per non tarpare la potenzialità della tecnologia e, al tempo stesso, non ridurre la persona a un meccanismo solo capace di attivare la macchina?
È necessario non trascurare almeno tre consapevolezze:
1. La digitalizzazione non può essere arrestata, ma esprime la capacità della mente umana. All'origine dei processi tecnologici c'è la capacità di elaborazione di uomini e donne.
2. La digitalizzazione, con le connesse problematiche e potenzialità, oggi condiziona non sempre positivamente i rapporti tra i popoli, le culture e, quindi, le nazioni. Le guerre in atto e la violenza verbale e fisica sempre più dilaganti sono in buona parte conseguenza di uno sviluppo e di un uso sregolato delle scoperte tecnologiche. Viene a mancare l'attenzione e, spesso, la volontà, di interrogarsi sulle conseguenze dell'utilizzo di determinate forme tecnologiche. È urgente chiedersi: tutto quanto è possibile fare è bene per l'umanità oppure rimane decisivo verificare la bontà o la criticità che ne deriva?
Si chiede la sociologa Chiara Giaccardi: “Meccanizzare l'umano o umanizzare il mondo?” Senza affrontare con onestà la domanda potremmo correre il rischio di rinunciare a pensare e, di conseguenza, perdere la libertà tanto ricercata e, spesso, rivendicata a costo di lotte e sacrifici. Rinunciare o eludere l'interrogativo e abbracciare una meccanizzazione sregolata è sposare una logica dove a fondamento dell'esistenza ci sta esclusivamente il profitto di pochi a discapito di un ben-vivere di molti. Sempre Giaccardi afferma: “Come in altri momenti storici fu necessario lottare per la dignità del lavoro, così oggi abbiamo da affrontare una grande questione legata alla dignità e alla libertà”.
3. Ne viene che la questione dell'utilizzo e, ancor prima, delle modalità di sviluppo della tecnologia non può essere dipendente solo dal si può fare, ma anche al è bene fare.
È la sfida da accettare come uomini e donne del nostro tempo e, a maggior ragione, come cristiani perché la via da percorrere non è rinunciare e neppure demonizzare la tecnologia, ma scegliere di non rinunciare al pensiero, alla elaborazione culturale e alla vita spirituale. In altre parole, all'umano.
Concludo con il pensiero di Chiara Giaccardi:
“Se, come scriveva Paul Valery, la crisi di civiltà è prima di tutto crisi spirituale, va oggi immaginata una nuova politica dello spirito, indispensabile per custodire l'umano nel tempo della macchina sempre più capace”.