La salvezza è un dono da accogliere e vivere ogni giorno come figli amati da Dio.
La Parola di Dio di questa domenica sottolinea la similitudine tra Mosè e Giosuè: ambedue chiamati dal Signore; si sentono strumenti del suo amore. Colpisce la responsabilità di fare memoria degli interventi di Dio e di spiegarli ai figli.
“Quando i vostri figli vi chiederanno che cosa significhino queste pietre, voi lo spiegherete",
troviamo scritto nella prima lettura. E così nel salmo responsoriale:
"Non lo terremo nascosto ai nostri figli".
Sono esempi di catechesi.
Dobbiamo trasmettere per contagio la nostra fede, convinti e coerenti con quanto diciamo.
Ma la nostra riflessione riguarda soprattutto il Vangelo. La domanda "sono pochi quelli che si salvano?" è quella di ogni cristiano di fronte alla morte, in particolare di una persona cara. La morte sarebbe meno dura se fossimo sicuri che il nostro caro è in Paradiso.
A Gesù non interessa il dibattito teologico, ma va al nocciolo della questione: la salvezza non è un fatto scontato per nessuno. Dunque bisogna darsi da fare. L’imperativo ‘sforzatevi’, esprime l’idea di decisione e di fatica. Cosa vuol dire salvarsi?
Penso che a bruciapelo molti risponderebbero: salvarsi è andare in Paradiso, salvo poi non saper spiegare cos’è il Paradiso, se non il posto dove si è contenti e finalmente non si hanno più fastidi.
Quest’idea di salvezza è incompleta, inesatta. Il Regno di Dio è già qui! Il Paradiso è la fase gloriosa, definitiva della salvezza. La salvezza è l’essere, il credere, lo scoprire, il vivere da Figli di Dio. Come salvarsi?
Innanzitutto ricordandoci che la salvezza e la fede, sono un dono. La preghiera non è un optional, ma il respiro della vita, ci fa riscoprire di essere figli amati, spesso peccatori e, quindi, bisognosi del perdono che ci salva. Ci si salva rimanendo uniti e condividendo questo amore con gli altri.