La visita a Dachau attraverso lo sguardo di un giovane missionario saveriano, tra memoria storica e denuncia delle violenze di oggi.

I giovani della Comunità pastorale hanno vissuto a fine dicembre 2025 una vacanza comunitaria trascorsa in Germania, a Monaco di Baviera e dintorni, con una significativa tappa al memoriale e al museo del  campo di concentramento nazista di Dachau. Del gruppo guidato da don Fabrizio Vismara facevano parte anche tre studenti missionari Saveriani che vivono da settembre scorso nella casa di formazione saveriana di via don Milani 2. Uno di loro, Nicolas, originario della Repubblica Democratica del Congo, ha scritto le sue riflessioni che qui proponiamo.


Sono Chiza Hombo Nicolas, studente Missionario Saveriano. Vengo dalla Repubblica Democratica del Congo. Ho avuto la possibilità di recarmi nel campo di concentramento di Dachau tramite la Comunità Pastorale “Santa Teresa di Gesù Bambino” di Desio, per i ragazzi dalla I alla V superiore, che ringrazio tanto, dal 27 al 29 dicembre 2025, con i miei compagni studenti: Herbertus dall’Indonesia e Dieudonné dal Burundi.


Il campo di concentramento di Dachau, situato nei pressi di Monaco, fu inaugurato nel 1933 come uno dei primi strumenti del potere nazista. Nato per reprimere il dissenso politico, divenne presto un luogo in cui l’Europa intera venne rinchiusa e ridotta al silenzio. Ebrei, sacerdoti, prigionieri di guerra… vi furono privati della loro dignità e della loro libertà. La vita quotidiana era segnata dal lavoro forzato, dalla fame e da una violenza sistematica che negava l’umanità stessa dell’uomo. La scienza, tradita, fu usata per esperimenti disumani. Circa 41.500 persone vi persero la vita. Dachau non fu concepito come un luogo di sterminio immediato, ma come uno spazio di annientamento lento. Fu liberato nel 1945.


Oggi Dachau rimane una ferita aperta nella coscienza dell’umanità. Ho calpestato la terra su cui tante anime si sono spente senza sepoltura né giustizia. Ogni passo risuona come una muta accusa contro la crudeltà di cui l’uomo è capace. Le pietre, il filo spinato e le baracche sembrano ancora custodire la memoria della sofferenza. Di fronte a questo luogo, l’innocenza si incrina e lo sguardo sul mondo cambia. Dachau non è più soltanto un sito storico, ma uno specchio teso all’umanità. Ricorda che la barbarie nasce quando la dignità viene negata. Ricordare diventa allora un dovere morale, affinché l’uomo non dimentichi mai ciò che può diventare.


Questo luogo della memoria non rimanda soltanto al passato, ma illumina le violenze del presente. Diventa il punto di partenza di una denuncia più ampia dei massacri contemporanei. Lo sguardo si rivolge allora alla sofferenza del popolo congolese nella Repubblica Democratica del Congo, troppo spesso ignorata. Il silenzio della comunità internazionale appare come una forma di complicità morale. Dachau ricorda che l’indifferenza alimenta la barbarie. Ricordare diventa un atto di resistenza contro la ripetizione del male.


Chiza Hombo Nicolas