Un fiume di persone per dire no alla guerra e sì al dialogo, tra voci giovani, testimonianze dal mondo e un forte appello alla responsabilità condivisa.
Silenzio, attenzione, partecipazione. Colori e disegni. In tanti hanno partecipato domenica 1 febbraio alla Marcia della Pace promossa in città da Comunità Pastorale, Missionari e Laici Saveriani, Desio Città Aperta, associazione pakistana Minhaj Ul Quran, Scuola d'italiano per Stranieri, Caritas, Azione Cattolica, Gruppo Missionario cittadino, Rinnovamento dello Spirito per ribadire il desiderio di pace, di fratellanza, di ascolto reciproco. Un mare di adulti e di bambini, dietro l'onda disegnata dallo striscione con lo slogan dell'iniziativa - La pace ha le nostre mani - ha percorso le vie del centro cittadino, dal Municipio, lungo corso Italia, via Matteotti, via Rovagnati, via Ferravilla, via Di Vittorio fino all'oratorio San Giovanni Battista, dove sono stati letti i pensieri dei bambini delle scuole, degli studenti della scuola di italiano per stranieri e degli ospiti della casa di riposo.
E dove hanno portato la loro testimonianza la giovane Zainab Fatima, della comunità pakistana di Desio e Stefania Figini, da decenni impegnata nella missione di Yolè, nella Repubblica del Centrafrica e fondatrice del gruppo Talità Kum. I loro pensieri sono riportati qui integralmente, come anche il brano del discorso che papa Francesco pronunciò all'incontro dei Capi delle Chiese cristiane, a Bari, nel 2018, letto dopo le testimonianze.
«Questa marcia e questo momento - ha detto monsignor Mauro Barlassina a chiusura del pomeriggio - non sono un inizio di un percorso, ma una tappa del tanto già fatto per promuovere la cultura della pace. Altro dobbiamo fare. Ci diamo già l'appuntamento per la prossima marcia, in programma in maggio. Dimostriamo che Desio è una città per la pace, è città della pace».
LE TESTIMONIANZE
ZAINAB FATIMA: LA PACE E LA SPERANZA DI NON SEPPELLIRE ALTRI INNOCENTI
Il pianeta Terra, o dovrei dire, il pianeta della fame, il pianeta delle guerre, il pianeta dei massacri, il pianeta delle crisi senza fine.
Il pianeta in cui viviamo, dove siamo così assorbiti dalle nostre bolle da non riuscire a vedere ciò che accade oltre di esse, o peggio, lo vediamo e scegliamo di non curarcene. Questo pianeta è pieno di crisi. E queste crisi non sono disastri naturali o un destino inevitabile. Sono create dall'uomo. Sono create da decisioni, da sistemi, dal potere e dal silenzio. Le abbiamo create noi. Le abbiamo mantenute. E ora viviamo con le loro conseguenze. O meglio, molti vivono con le loro conseguenze, mentre molti sono protetti dal confort, dalla distanza e dalla negazione. Viviamo le nostre vite comodamente, come se non stesse accadendo nulla. Come se la sofferenza esistesse in un altro mondo, scollegato dal nostro. Ma l'ignoranza non è beatitudine. In questo caso l'ignoranza è assenza di umanità, assenza di coscienza.
È inquietante che dobbiamo ricordarci, ancora e ancora, che cosa significa essere umani, come se la compassione non fosse ciò per cui siamo stati creati, come se non fosse la qualità stessa che ci distingue da tutto il resto. Ci definiamo gli esseri più coscienti su questo pianeta. Eppure scegliamo spesso la convenienza al posto della responsabilità. Il silenzio al posto della verità. La comodità al posto dell'empatia. Agiamo da ignoranti, non perchè non sappiamo, ma perchè sapere richiederebbe cambiamento. E ora che siamo tutti qui, non limitiamo la nostra comprensione solo all'Ucraina e alla Russia, o alla Palestina e a Israele, anche se nessuna attenzione sarà mai sufficiente e nessuna parola potrà annullare la sofferenza già inflitta. Perchè l'ingiustizia non esiste in un solo luogo. La violenza non ha un solo volto. E la sofferenza non appartiene a un solo popolo.
Viviamo in un mondo di due realtà parallele: un mondo di milionari e miliardari, e un mondo in cui 318 milioni di persone, di 68 paesi, affrontano la fame ogni singolo giorno, non perchè il cibo non esista, ma perchè l'equità non esiste. Un mondo in cui molti di noi si muovono liberamente, pianificano il proprio futuro, discutono di opportunità e dormono senza paura. E' lo stesso identico mondo in cui madri e padri disperati cercano di proteggere i propri figli dalla violenza delle guerre civili, nella Repubblica Democratica del Congo, in Sudan, in Yemen, in Myanmar. Un mondo in cui i bambini si addormentano con la paura, non a causa di incubi, ma della realt?, in Ucraina, in Palestina e in innumerevoli altri luoghi che raramente finiscono sui titoli dei giornali.
Ciò che protegge molti di noi da queste crisi non è l'intelligenza, non è l'impegno e non è la superiorità morale. È la geografia.
Il motivo per cui alcuni di noi vivono senza paura costante di essere uccisi, sfollati o malnutriti è semplicemente perchè non siamo nati in quelli che spesso definiamo paesi poveri. Un'etichetta che giustifica silenziosamente l'ineguaglianza, come se la sofferenza fosse naturale in alcuni luoghi e inaccettabile in altri. Eppure sanguiniamo tutti dello stesso rosso. Il dolore non cambia significato oltre i confini. Allora come giustifichiamo questa indifferenza verso i nostri simili? In quale momento la sofferenza è diventata accettabile solo perchè non accade a noi?
Solo pochi giorni fa, il 27 gennaio, abbiamo commemorato la Giornata della Memoria dell'Olocausto. Abbiamo parlato di genocidio, violenza e crudeltà. Abbiamo detto: mai più, E molti di noi si sono posti la stessa domanda: com'è possibile che le persone fossero così ignoranti? Così crudeli? Così silenziose?
Studiamo le guerre mondiali. Ci viene detto che studiamo la storia per non ripeterla. Ma se fosse davvero cos?, saremmo ancora spettatori di tali orrori oggi? Staremmo ancora guardando l'ingiustizia svolgersi in tempo reale, mentre ci convinciamo che non sia una nostra responsabilità?
Il mondo non è cambiato quanto ci piace credere. Sono cambiati solo le vittime e i tiranni. I meccanismi della violenza, dell'esclusione e del silenzio rimangono inquietantemente familiari.
Quindi la domanda rimane ed è una domanda scomoda. Perchè noi, come esseri umani, non riusciamo a riconoscere i nostri errori nel presente? Perché permettiamo alla storia di ripetersi ancora e ancora? Perché ci accechiamo con la confortante illusione di non poter fare nulla che una sola persona sia impotente? Una sola persona potrebbe non cambiare il mondo intero. Ma una persona può cambiare il mondo di qualcun altro, E questo cambiamento inizia dalla consapevolezza, dal rifiuto dell'indifferenza, dalla scelta di prendersi cura, anche quando è scomodo. La pace non è passiva. La pace non è silenzio. La pace non è semplicemente l'assenza di guerra, La pace è responsabilità. La pace è coscienza, La pace è il coraggio di rifiutare la disumanizzazione, anche quando non ci tocca direttamente.
Voglio concludere con la speranza. La speranza che quest'anno non finisca come quello precedente. La speranza di non seppellire altri innocenti, La speranza che le crisi non diventino rumore di fondo. E la speranza che i leader che scegliamo non vengano accecati dal potere, dimenticando il valore di una singola vita umana, un valore che non dovrebbe mai dipendere da confini, ricchezza, religione o politica.
Zainab Fatima
STEFANIA FIGINI: LA PACE SI FA CON IL CUORE E CON LE MANI
Si possono dire tante parole e definizioni sulla Pace ma poi ci? che ricordiamo sono i gesti e le azioni che definiscono il cambiamento. Non c’? Pace senza cambiamento. Senza un desiderio comune di ritrovarsi tutti insieme, seduti alla stessa tavola, tra sorrisi e momenti di confronto, di condivisione. Non si va avanti da soli e penso che questo lo abbiamo capito… Abbiamo bisogno del contributo di tutti per crescere e migliorare… I nostri bambini della scuola materna del villaggio di Yolè in Repubblica Centrafrica hanno visto come la guerra distrugge, ma soprattutto come la Pace e chi lavora per essa possa costruire e fare grandi cose.
La Pace va nutrita: donare, sostenere e prendersi cura, sono le azioni che definiscono la Pace, perchè solo il bene gratuito, disinteressato autentico rende davvero umani.
Invito soprattutto voi giovani, ragazzi a compiere questo allenamento quotidiano…piccole semplici gesti di gentilezza e di condivisione, perchè sono le cose che più ricorderete e che rimarranno di voi... non tanto le mie parole ma i gesti concreti del desiderio di Pace che è in tutti noi.
Quando nel 1995 sono partita per la prima volta in Repubblica Centrafricana, facevo parte di un piccolo gruppo di volontari… dopo un paio d’anni siamo rimasti solo in due in missione: Fra Angelo ed io. Qualche mese pi? tardi, mentre lavoravamo al dispensario di Yolè, la gente iniziava a chiamarci: “Les enfants de Dieu ”. Sembrava un appellativo veramente fuori luogo… Non predicavamo, ne facevamo catechesi, ognuno pregava nella sua camera, conoscevamo poco la lingua locale e quindi parlavamo poco. Mi occupavo della gente, cercavo di offrire assistenza, curavo e insegnavo disegno a scuola, nulla di più di ciò che facevo anche in Italia, ma certamente con tanta passione e dedizione. Solo dopo qualche anno mi resi conto che dietro quella definizione c’era una seconda interpretazione più profonda. Nel discorso della montagna, Gesù chiamava fratelli i costruttori di Pace. Non i predicatori, ma i costruttori, coloro che con le loro mani edificano e realizzano un desiderio profondo di giustizia, di verità e quindi di Pace. Ed è per questo motivo che ancora oggi lavoro in terra africana, perchè la Pace ha sempre bisogno di essere nutrita e curata nel tempo. Vorrei concludere questo momento con una piccola preghiera d’intercessione: Signore, Dio di Abramo e dei Profeti, Dio Amore che ci hai creati e ci chiami a vivere da fratelli, donaci la forza per essere ogni giorno artigiani di Pace. Rendici disponibili ad ascoltare il grido di chi soffre e ci implora di trasformare le armi in strumenti di Pace, le paure in fiducia e le tensioni in perdono. Tieni accesa in noi la fiamma della speranza per compiere con paziente e costanza scelte di dialogo, affinchè la parola che ci fa incontrare sia sempre fratello, e le scelte di Pace diventino lo stile della nostra vita. Amen
Stefania Figini
Dal discorso che papa Francesco pronunciò all'incontro dei Capi delle Chiese cristiane, a Bari, nel 2018.
PREVALGA L'ARTE DELL'INCONTRO
L'incontro e l'unità vanno cercati sempre, senza paura delle diversità. Cos? pure la pace va coltivata anche nei terreni aridi della contrapposizioni, perchè oggi, malgrado tutto, non c'è alternativa possibile alla pace. Non le tregue garantire da muri e prove di forza porteranno la pace, ma la volontà reale di ascolto e di dialogo. Noi ci impegniamo a camminare, pregare e lavorare, e imploriamo che l'arte dell'incontro prevalga sulle strategie dello scontro, che all'ostentazione di minacciosi segni di potere subentri il potere di segni speranzosi: uomini di buona volontà e di credo diversi che non hanno paura di parlarsi, di accogliere le ragioni altrui e di occuparsi gli uni degli altri. Solo così, avendo cura che a nessuno manchino il pane e il lavoro, la dignità e la speranza, le urla di guerra si muteranno in canti di pace.