Stupore, entusiasmo, ammirazione ed esultanza. Con queste quattro parole il nostro Arcivescovo Mario Delpini ci invita a vivere il tempo dedicato al Sinodo Minore “Chiesa dalle genti” che si sta svolgendo nella Chiesa ambrosiana.

Lo stupore ci ricorda gli occhi spalancati dei bambini, che, sin da quando vengono al mondo, scoprono ogni istante qualcosa di nuovo. Uno stupore che potremmo definire incontenibile, che nasce da un posto recondito dentro di loro e ha una strada direttissima che lo porta ad esprimersi con ogni muscolo del volto. Il tempo pare aumentare sempre più il traffico su questa strada invisibile, al punto tale che col passare degli anni il nostro sguardo diventa sospettoso, indagatore, incredulo, facendoci dimenticare così la ricchezza dei doni che il Signore ci fa. Chi ha la fortuna di essere padre o madre può sforzarsi di ricordare cos’ha provato la prima volta che ha preso in braccio suo figlio: ecco cos’è lo stupore.

Nei Vangeli, ogni volta che Gesù compie un miracolo e stravolge le sorti di una storia che appariva già scritta, nelle persone si accende lo stupore: non possiamo pensare di poterne fare esperienza se eliminiamo la possibilità di questo inatteso cambiamento, se non apriamo gli occhi sull’operato di chi guida la storia dell’umanità. Come credenti siamo chiamati a lasciarci condurre tra le pieghe del tempo, senza sapere cosa ci sarà dietro il prossimo tornante, disponibili ad aprire la bocca per pronunciare con gioia: “WOW!”.

L’entusiasmo comunica quanto crediamo in ciò che stiamo facendo, quanto impegno e passione mettiamo nel vivere appieno la nostra vita. La fede che abbiamo, la comunità a cui apparteniamo, sanno essere abitate dall’entusiasmo? Troppo spesso i gesti che compiamo sono frutto di uno sforzo artificioso, fredda applicazione di un comandamento, fotocopie sbiadite del si è sempre fatto così; in tutto questo non c’è spazio per l’entusiasmo, ma anzi si crea terreno fertile per la delusione, lo sconforto e la stanchezza. Se ci apriamo alla novità, se ci impegniamo per il cambiamento, se accettiamo la sfida dell’incontro, allora la realtà non sarà più grigia e fredda, ma stimolante e piena di colori.

L’ammirazione è la benzina migliore per vivere ogni incontro. Nella realtà multiculturale e multietnica che abitiamo non si può essere Chiesa chiudendosi nel recinto del già noto: ogni incontro deve diventare occasione di conoscenza e crescita nella relazione con l’altro, rispettando le sue diversità, anche relative alle tradizioni religiose. Lasciamo spazio in noi alla meraviglia insita nell’etimologia della parola ammirazione: questa è il terreno buono nel quale possono fiorire il rispetto, la stima, la simpatia. Una Chiesa dalle genti, è una Chiesa sicura della propria ricchezza, nascosta nelle tante pieghe del tessuto sociale e culturale che la costituisce. Come si è arrivati ad esultare soltanto quando la propria squadra di calcio vince una partita, quando si raggiunge un traguardo scolastico o lavorativo? Educhiamoci a provare e mostrare una grande allegrezza ogni volta che si realizza un gesto d’amore, ogni volta che facciamo esperienza del perdono. Abitiamo un tempo in cui la parola condivisione ha un ruolo essenziale, smettiamo di vivere solo gioie private e iniziamo a raccontare, mostrare, testimoniare la bellezza del progetto di Dio per i suoi figli! Trasformiamo la nostra vita in un frammento di specchio che riflette la luce che lo colpisce: l’amore misericordioso ed incessante di Dio Padre. Illumineremo il mondo.

Entriamo in questi giorni nella Quaresima, tempo di essenzialità e purificazione, facciamo in modo che stupore, entusiasmo, ammirazione ed esultanza diventino i punti cardinali del nostro cammino di fede.

don Pietro